Malasanità / S’è dovuto arrangiare: operato a Innsbruck
L’operaio rivano, Paolo Ferraresi, vince il cancro al pancreas
lunedì 14 gennaio 2008, di Stefano Ischia
LE TAPPE
di stefano ischia
pubblicato da l’Adige il 29 dicembre 2007
RIVA DEL GARDA - Gli avevano diagnosticato un cancro al pancreas nel giugno 2006. All’Azienda provinciale sanitaria gli avevano dato al massimo 11 mesi di vita, a Verona un luminare lo aveva bollato come «non operabile». Insomma, Paolo Ferraresi, rivano, operaio delle Cartiere del Garda, 52 anni, moglie, due figli e due nipotini, per l’Azienda sanitaria era spacciato. A Trento e in Italia per lui non c’era speranza: «Ha dai 6 agli 11 mesi di vita, se vuole le do le percentuali esatte» gli avevano detto.
Nessuno ha avuto il buon senso, l’accortezza e la responsabilità morale, civile e medica di dirgli che a poche decine di chilometri di distanza, alla clinica universitaria di Innsbruck, dove a quanto pare sono molto più avanti, il cancro al pancreas lo operano tranquillamente. Nessuno glielo aveva detto, né a Trento, né ad Arco, nemmeno a Verona, dove si era recato per un consulto, né a Padova.
«Inoperabile», questo il verdetto in Veneto e tale restò anche per Trento, dove ad Oncologia gli prescrissero cure radio e chemio da fare ad Arco. Ferraresi ha dovuto scoprirselo da solo, chiedendo in giro, acciuffando la vita per il rotto della cuffia grazie ad amici e a medici responsabili di Bolzano. Ha perso però mesi preziosi, un anno.
È stato operato soltanto il 5 settembre 2007 (solo due settimane dopo la prima visita del dottor Raimund Margreiter), a 15 mesi dalla prima diagnosi.
In 12 ore gli hanno tolto mezzo pancreas, stomaco, colon, milza e una ghiandola surrenale. Ora non è che sta benissimo ma vive, è in piedi dal terzo giorno (8 in rianimazione), trascorre un’esistenza attenta, una dieta stretta, ma è vita. Vita piena.
Se a Trento, all’Azienda del pluripremiato Carlo Favaretti, glielo avessero detto prima, di questa opportunità a Innsbruck, avrebbe risparmiato 15 mesi di angoscia e terapie. E gli avrebbero asportato forse solo mezzo pancreas.
«Sono un miracolato. Oggi non ci sarei nemmeno: sarei morto. Eppure - dice l’operaio - il dottor Margreiter è conosciuto in tutto il mondo, è uno dei quattro in Europa che operano al pancreas. Perché non me l’hanno detto a Trento? Quante persone con il cancro al pancreas devono morire senza sapere che a pochi chilometri si può guarire? Un cugino di mia moglie è morto proprio così, senza sapere di questa opportunità. Ma se c’è anche una minima possibilità di sopravvivere allora perché non dire ai pazienti che si può essere operati all’estero? Non accuso tutta l’Azienda sanitaria, ci sono molti medici coscienziosi ma altri evidentemente no. Eppure è un nostro diritto essere informati».
E non è tutto. Per la copertura delle spese di operazione, l’Azienda ha fatto mille storie. Sembrava non volesse pagare. «Purtroppo ho dovuto fare ricorso a un politico di primo piano provinciale e nazionale perché accogliessero la richiesta di finanziamento. Ma che sistema è questo? Feudale? Contano solo i baroni e i bilanci?».
Ora Ferraresi, vive con la moglie Giuseppina, insegnante, nella sua casa di via Maso Belli. È tornata la serenità sotto il suo tetto anche se la notte la sofferenza non lo fa dormire: «Mi hanno dato 6 mesi di convalescenza ma dovrei essere a posto».
Quello che lo fa arrabbiare è che «altre persone possano morire in Trentino perché non informate che altrove la sanità ha fatto passi in avanti». Inoltre va detto che Ferraresi assieme alla moglie si è quasi sempre mosso di sua iniziativa per cercare nuovi medici o soluzioni.
«Devo ringraziare il mio collega di lavoro Alberto Tosi se sono ancora vivo - dice Ferraresi - mi ha messo in contatto con Pierpaolo Marcolini anestesista del San Maurizio (Bz) che mi ha indicato il dottor Peter Lukas e la dottoressa Obermüller della clinica Bonvicini (Bz) per le loro nuove radioterapie. Sono stati questi a prendersi a cuore la mia situazione. Non mi hanno detto "Vada a Innsbruck", si sono fatti carico, loro, di presentare il mio caso. Ecco, ringrazio di cuore per questa umanità e professionalità. Cosa che in Trentino e in Veneto è mancata. E sarò eternamente riconoscente al dottor Margreiter e a tutto il suo staff, a loro devo la vita ».
LA REPLICA DI ENZO GALLIGIONI
«Trento lo dà per spacciato, salvato in Austria», questo il titolo di un nostro servizio sul caso di un operaio di Riva rivoltosi con successo a Innsbruck per un tumore al pancreas. Secondo Enzo Galligioni, coordinatore del dipartimento di oncologia dell’azienda sanitaria provinciale di Trento quell’articolo può avere «ingiustificate ripercussioni su chi ha vissuto o sta vivendo problemi analoghi ».
Tre, secondo il dirigente sanitario le domande che emergono da quella testimonianza.
1. Perché chi ha preso in cura il paziente, non l’ha inviato subito dal Prof. Margraiter?
2. Quei «15 mesi di angoscia e terapie» hanno ridotto le possibilità di cura e/o di un intervento meno esteso?
3.Quali dovevano essere i comportamenti dei curanti e dell’azienda sanitaria, di fronte alla richiesta di autorizzazione per cure all’estero?
«Alla prima domanda, la risposta, secondo Galligioni, è semplice: «Il paziente è giunto a noi dopo essere stato giudicato inoperabile, da una divisione chirurgica di alto prestigio dell’Università di Verona, la cui pluriennale esperienza e competenza è riconosciuta da tutti. Questo nulla toglie al prestigio del Prof. Margraiter, che è un riferimento internazionale per i trapianti d’organo, ed infatti esiste una continua e stretta collaborazione tra azienda sanitaria di Trento e Innsbruck per i trapianti: ma il problema del Sig. F.P. non era il trapianto d’organo. Nulla quindi è stato taciuto o nascosto al sig. F.P. (a che pro?) e neppure nulla è stato omesso o trascurato, visto che il paziente ha ricevuto il miglior trattamento disponibile per la sua malattia in quello stadio.
Infatti, per rispondere alla seconda domanda, dopo la diagnosi di giugno 2006, il paziente ha ricevuto un trattamento combinato radio-chemioterapico, con una buona risposta, tanto che in dicembre lo abbiamo rinviato agli stessi chirurghi di Verona, con la speranza che fosse divenuto operabile. Purtroppo la risposta è stata ancora una volta negativa e di conseguenza il paziente ha ripreso in gennaio 2007 una nuova chemioterapia, che ha continuato fino ad agosto, con la completa negativizzazione dei markers tumorali (sono indicatori di malattia) ma con una sostanziale stabilità del quadro Tac. Se poi, nel settembre 2007, il paziente ha potuto ricevere un intervento con intento radicale, ciò è stato possibile grazie ai trattamenti ricevuti nei mesi precedenti, e non viceversa. Non a caso erano passati ben 15 mesi dalla diagnosi.
La risposta alla terza domanda: «Di fronte alla richiesta di autorizzazione preventiva per cure all’estero, il servizio sanitario nazionale e provinciale richiedono che venga prima esclusa la possibilità che tali prestazioni, se indispensabili, possano essere soddisfatte dalle strutture sanitarie provinciali o nazionali. Chi poteva quindi autorizzare un intervento all’estero, per un paziente giudicato per 2 volte inoperabile da esperti autorevoli? Queste non sono «storie» o pretesti. Nonostante ciò, la moglie e un’altra parente del Sig. F.P. sanno bene quanto ci siamo impegnati, io stesso direttamente, per creare le condizioni almeno della rimborsabilità delle cure, chiedendo loro di farmi inviare dal Prof. Margraiter la dichiarazione scritta della volontà di operare il paziente e le motivazioni per cui riteneva operabile un paziente ritenuto inoperabile da altri esperti. Cosa che il Prof. Margraiter ha fatto puntualmente. Sono queste dichiarazioni, assieme alla documentazione clinica, che consentono la copertura delle spese sanitarie, e non certo l’intervento di personalità politiche, che hanno semmai il compito di tutelare il rispetto delle regole, per il bene di tutti, non di forzarle ». Concludo: se l’articolo voleva dare il giusto riconoscimento al Prof. Margraiter che ha eseguito un intervento ritenuto impraticabile da altri esperti di pari valore, (non ho ancora potuto vedere la documentazione), non aveva certo alcun motivo di denigrare e banalizzare quanto fatto
Purtroppo lunedì 25 febbraio 2008 Paolo ci ha lasciato. Siamo tutti vicini alla moglie Giuseppina, ai figli e ai parenti.
Paolo era uno spirito forte, ha combattuto fino all’ultimo; è stato lui a volere uscire pubblicamente sul giornale proprio per aiutare tutte le persone che si trovavano nelle sue condizioni.
Al di là di qualsiasi considerazione scientifica, Paolo ha lottato per un diritto sacrosanto, il diritto degli ammalati ad essere informati.
Fosse stato informato tempestivamente e fosse stato operato a Innsbruck un anno prima (e solo al pancreas), le cose avrebbero avuto forse un decorso diverso.
Aveva ricevuto molte telefonate in questi mesi e aveva consigliato tutti.
ciao Paolo, ci mancherai
stefano
da l’Adige 27 febbraio 2008
Ha lottato con coraggio fino all’ultimo contro quel male terribile che lo aveva aggredito nel giugno del 2006. Ma ieri mattina, circondato dall’affetto dei suoi cari, Paolo Ferraresi si è dovuto arrendere. Rivano, emigrante in Belgio e poi una vita di lavoro alle Cartiere del Garda, 52 anni, lascia la moglie, due figli e i due adorati nipotini. Ieri i colleghi del suo reparto (dove era stato impegnato fino a due anni fa, quando era stato prepensionato a causa della malattia) si sono fermati per un minuto, ricordandolo con l’affetto e commozione. E in serata una messa in suffragio li ha di nuovo riuniti con la famiglia al Rione. Di lui avevamo raccontato la drammatica odissea, iniziata con una sentenza senza appello.
A Trento gli avevano dato dai 6 agli 11 mesi di vita. A Verona gli avevano detto che il suo cancro al pancreas era inoperabile. Stessa terribile prognosi a Padova. Ma Ferraresi, assistito dalla moglie, non si era arreso. Grazie alla segnalazione di un collega aveva alla fine trovato, attraverso un anestesista dell’ospedale di Bolzano, la via giusta, scoprendo che alla Clinica universitaria di Innsbruck quel genere di neoplasie veniva operato, con buone possibilità di riuscita. E così il 5 settembre del 2007, a 15 mesi dalla prima infausta diagnosi, Polo era stato operato dal professor Raimund Margreiter «uno dei quattro in Europa che operano al pancreas».
Un intervento pesante, durato 12 ore, che aveva comportato l’asportazione oltre che del pancreas, dello stomaco, della milza e di una ghiandola surrenale. Otto giorni di rianimazione e poi di nuovo in piedi. Dieta stretta, sacrifici, ma la volontà di vivere e il rimpianto che, sapendo prima di poter essere operato, forse l’intervento chirurgico si sarebbe ridotto ad una parziale resezione del pancreas. «Sono un miracolato - diceva di sé - e ho voluto raccontare la mia storia per aiutare chi si dovesse trovare nella mia situazione, per dare loro una speranza».